Archivio blog

martedì 7 giugno 2022

..e mi domandi cosa è la guerra - C'è un tempo per bandiere diverse Diversi nomi che trovi difficili da pronunciare...

 La cosa più affascinante di Sarajevo è appunto questa testarda urbanità che sopravvive agli inverni, ai cannoni, alle restrizioni alimentari, all'assenza di luce, acqua e gas. Non capisco davvero perché le grandi televisioni mondiali siano andate laggiù a cercare immagini di morte. Non hanno capito nulla. In guerra, la vera immagine di Sarajevo era la vita. Il suo centellinare ogni residuo comfort, il suo attaccamento testardo ai riti di un'antica vita borghese. A due passi dal rancido delle trincee, i teatri funzionavano, la gente sapeva di sapone, le donne mettevano il rossetto e facevano la messa in piega, persino i soldati tornavano dal fronte con una loro pallida, estenuata nobiltà.

Nella moviola della mia mente, Sarajevo è un signore in giacca e cravatta che esce perfettamente sbarbato da un rudere che è casa sua, è il vecchio Mujo Kulenović che aggiusta il tetto della bottega, è un musulmano che in centro quasi si inchina davanti a un parroco cattolico. Sarajevo è una pentola che non ha mai toccato carne di maiale e che nelle case ortodosse e cattoliche è sempre pronta per gli ospiti di religione islamica; è Kanita Fočaka che a trecento metri dalle linee serbe apre una scuola di buone maniere; è una fila di bambini disciplinati che vanno, in mezzo alla guerra, a imparare il bon ton.

(Paolo Rumiz, da "Maschere per un massacro", Editori Riuniti, Roma 1996)

L'idea per la canzone è frutto della collaborazione con il giornalista Bill Carter regista del documentario omonimo. Dal palco dello ZooTV, gli U2 fecero numerosi collegamenti in diretta con Bill Carter a Sarajevo per sensibilizzare il pubblico europeo sulla sanguinosa guerra in Bosnia.
Nell'esecuzione dal vivo del 12/9/1995, a Modena al "Pavarotti and Friends", Alla fine di "Miss Sarajevo" Bono cita il poema croato "Dubrovka" (cioè "La ragusea", o "La ragazza di Dubrovnik"), scritto nel 17° secolo da poeta Ivan Gundulić (in italiano "Giovanni Gondola", anch'egli nativo di Ragusa/Dubrovnik): "O lijepa, o draga, o slatka slobodo." che significa: "Oh bella, oh cara, oh dolce libertà." From "Miss Sarajevo"


This video for the 1995 Passengers single Miss Sarajevo from the album Original Soundtracks 1 is directed by Bill Carter. It features footage from his documentary of the same name, filmed in war-torn Bosnia in 1993, and includes the capital city’s beauty contest which was held in a basement at the time to avoid attack.
C'è un tempo per correre al riparo
C'è un tempo per vantarsi dei baci dati
C'è un tempo per bandiere diverse
Diversi nomi che trovi difficili da pronunciare

C'è un tempo per la prima comunione
Un tempo per gli East 17
C'è un tempo per voltarsi verso la Mecca
C'è un tempo per essere una regina di bellezza

Eccola, la bellezza gioca a fare il clown
Eccola, surreale con la sua corona 

mercoledì 18 maggio 2022

#VariAzioni ...inMusica - Via con me (pubblicata anche col titolo Via con me (It's wonderful))

Via con me (pubblicata anche col titolo Via con me (It's wonderful)) è un brano musicale del cantautore Paolo Conte, inserito nell'album Paris milonga del 1981. La canzone è stata registrata per la prima volta allo studio Format di Torino. Il brano è presente anche nella raccolta Tutto Conte - Via con me (2008).
Nel 2013 il gruppo musicale italiano Swingrowers ha pubblicato una versione cover 
Swingrowers – Via Con Me (Do Not Cover, Pt. 1)
Etichetta: Freshly Squeezed Music – ZESTEP051A
Formato:  File, MP3
Uscita: Apr 26, 2013
Genere: Electronic
Fashion film by Valentino for uomo fragrance, featuring Louis Garrel.
Background soundtrack is an Italian song "Via con me" by Paolo Conte.
La canzone di Paolo conte inserita in questo godibilissimo film con Meg Ryan e Kevin Kline

lunedì 2 maggio 2022

#PasseggiArte - Il Giudizio di Paride

Il Giudizio di Paride, nella mitologia greca, è una delle cause della guerra di Troia e (nella più tarda versione della storia) della fondazione di Roma.
Zeus allestì un banchetto per la celebrazione del matrimonio di Peleo e Teti, futuri genitori di Achille. Eris, la dea della discordia, non venne invitata e, irritata per questo oltraggio, raggiunse il luogo del banchetto e gettò una mela d'oro con l'iscrizione "alla più bella".
Le tre dee che la pretesero, scatenando litigi furibondi, furono Era, Atena e Afrodite. Esse parlarono con Zeus per convincerlo a scegliere la più bella tra loro, ma il padre degli dèi, non sapendo a chi consegnarla, stabilì che a decidere chi fosse la più bella non potesse essere che il più bello dei mortali, cioè Paride, inconsapevole principe di Troia, il quale era prediletto dal dio Ares.
Ermes fu incaricato di portare le tre dee dal giovane troiano, che ancora viveva tra i pastori e conduceva al pascolo le pecore, e ognuna di loro gli promise una ricompensa in cambio della mela: Atena lo avrebbe reso sapiente e imbattibile in guerra, consentendogli di superare ogni guerriero; Era promise ricchezza e poteri immensi, tanto che a un suo gesto interi popoli si sarebbero sottomessi, e tanta gloria che il suo nome sarebbe riecheggiato fino alle stelle; Afrodite gli avrebbe concesso l'amore della donna più bella del mondo.
Paride favorì quest'ultima, scatenando l'ira delle altre due. La dea dell'amore aiutò quindi Paride a rapire Elena, moglie di Menelao, re di Sparta, e il fatto fu la causa scatenante della guerra di Troia.
Il giudizio di Paride fu un motivo molto amato nel Medioevo perché permetteva una interpretazione morale o tropologica delle diverse opzioni che si presentano all'uomo nella sua entrata nell'età adulta: la saggezza di Atena-Minerva rappresentava la vita contemplativa, le ricchezze di Era-Giunone la vita attiva, e l'amore di Afrodite-Venere la vita di piaceri. È con questa funzione che l'episodio è raccolto, per esempio, nello Speculum doctrinale di Vincenzo di Beauvais.
Anche Raimondo Lullo riprende questo esempio, nell'Arbre exemplifical, ma lo rilegge in chiave completamente diversa e metafisica, parlando di come «il Cerchio, il Quadrato e il Triangolo si incontrarono in Quantità, che era la loro madre, la quale aveva un pomo d'oro e domandò ai suoi figli se sapevano a quale dovesse dare quel pomo d'oro».

mercoledì 27 aprile 2022

Libreria Raffaello Napoli. 30 aprile 2022: Anna Mozzi “Nude emozioni” tra mandala e parole, Edizioni Apeiron

Si presenta sabato 30 aprile 2022 alle ore 18 alla Libreria Raffaello di via Kerbaker 35 Napoli, il libro di Anna Mozzi “Nude emozioni – Un abbraccio di vita”, Apeiron Editore.

  • A discuterne, l’antropologa e scrittrice Alexandra Rendhell 
  • e l’ingegnere e autore di saggi letterari Angelo Giuseppe Pizza, abili curatori di questa particolare opera artistica della poetessa casertana.
  • Le letture teatralizzate sono di Maria Basile Scarpetta,
  • accompagnata dalle note dell’oboe emerito del Teatro di San Carlo di Napoli, Peppe Romito,
  • e del pianista Pasquale Di Salvo.
  • Anna Mozzi in questa occasione è lieta di rilasciare interviste prima della manifestazione.

L’edizione del volume di 148 pagine, euro 16,50, è un’autentica opera d’arte, non solo per l’eleganza delle pagine ben rifinite, anche per i contenuti, i suggestivi mandala dell’artista Francesca Bartalini Waudby e la bellissima prolegomena di Alexandra Rendhell, la quale esordisce con parole crude, ma cariche di sensibilità: “Scrivere l’introduzione per un libro di poesie, per questi che sono, secondo me, non versi, ma effluvi d’anima scaturenti dalle dirette viscere di Anna Mozzi, non è stata una nuotata in calme e rilassanti acque, bensì un inabissamento, anche rischioso, come solo le immersioni nel profondo sanno essere”.

Anna Mozzi dedica il libro al padre con strofe complesse, non scadenti in quella banalità che oggi ha travolto il genere letterario, nonostante la loro composizione risalga a quando l’autrice aveva appena sedici anni, due anni dopo la perdita del genitore. I versi liberi, senza rime e senza eccessi, sono il frutto di quel dolore e diventano un percorso di crescita, dove non mancano richiami all’amore, allo scorrere del tempo, alla morte stessa, di fronte alla quale non resta che trovare altre modalità di rinascita. “A mio padre, che il destino crudele precocemente mi sottrasse. A mio padre, ingenuo aedo di questo mondo vicino o lontano!”, così s’avviano le pagine a tratti amare, e con una fotografia in bianco e nero di un uomo giovane che porta allegro la figliola di circa cinque anni sulle spalle. E l’omaggio palpita in ogni singola strofa, e per rendere il senso della bellezza e dell’armonia presenti in questa articolata opera, ne ho estratta una di particolare effetto: “Uno strato di polvere seppellisce ogni cosa. Un’aria mefitica, che sa di muffa e di stantìo mi solletica le narici sino ad insinuarvisi perfidamente. È solo a me nota quest’aria impalpabile, eterea e pure a volte popolata d’indistinti e sommessi vocii, di tremule figure. Non so cosa sia questo strano languore, questa voglia di piangere, di sfogarmi, di purificarmi”. E anche di purificazione spirituale tratta il volume, di quella che potremmo definire catarsi dell’anima. La stessa corposa postilla, di ben otto commoventi pagine, mette fine, o dà il via – questo solo l’autrice può saperlo – ad un viaggio attraverso un dolore non ancora sopito, un dolore che accomuna l’umanità e che si può sanare soltanto con solitarie introspezioni, dove la poesia rimane l’antidoto supremo.

Uno stralcio della Postilla 
Sparsi frammenti d’inquietudine

(Il Desassossego di Fernando Pessoa nei miei ricordi Paterni)

“Un pomeriggio come tanti…
Io e Te dovevamo andare a prendere Mamma alla stazione di Caserta, perché tornava col treno da Gricignano d’Aversa, dove insegnava…
Mentre aspettavamo l’orario per uscire di casa, mi misi in piedi sulla cassapanca e Ti imposi di metterti sotto braccio con me…
Con la promessa di andare a passeggiare a piazza Carlo III per ammirare Palazzo Reale, in un sacchetto, hai messo le briciole di pane da offrire ai piccioni… Usciti di casa, all’improvviso, Ti sei fermato dinanzi alla Chiesa di Sant’Anna, Patrona di Caserta, e, meditando, mi hai detto: «Bella di Papà, ricordati sempre che noi stiamo su questa terra, ma non apparteniamo ad essa. Guarda il Cielo!»…
Ho avvertito, dentro di me, un elevato senso di misticismo, sovrasenso, sublimazione indimenticabile…”.

L’AUTRICE Anna Mozzi nasce a Caserta, dove risiede. Laureata in Psicologia a Roma, nella seconda metà degli anni ’70 , ha ricoperto l’incarico di psicologa nell’équipe socio-psico-pedagogica della provincia di Caserta per l’inserimento dei disabili nelle scuole. Tra un importante incarico e l’altro in ambito sanitario, nel frattempo, in nome della passione per la scrittura ha restituito il Diritto di Parola e Cittadinanza agli utenti del Dipartimento di Salute Mentale, quale fondamento e garanzia etico-politica della legge 180 del 1978 (nota come Legge Basaglia), attraverso la pubblicazione dei libri “Le rose bisogna annaffiarle se no muoiono!” (Erregraph , 2002), “…anche gli Angeli vengono alle mani …” (Cuzzolin , 2004), “La sola Grazia è l’Amore” (L’Aperia , 2007 ) . Ha poi pubblicato il libro di poesie “PensieRosa” (L’Aperia, 2009), interessandosi, altresì, alla Fondazione della Psicologia di Genere, in partnership con il Dottorato di Ricerca Interpolo in Studi di Genere dell’Università di Napoli. Nel 2018, per i tipi di Apeiron Edizioni ha pubblicato il libro di poesie “Blu Oltremare” con illustrazioni originali di Francesca Bartalini Waudby.

venerdì 22 aprile 2022

Iain Pears - La quarta verità

Oxford 1663: un luogo e un momento storico di grandi fermenti politici, scientifici e religiosi. Un docente del New College viene trovato morto in circostanze misteriose. Una ragazza è accusata di stregoneria e di omicidio, e condannata all'impiccagione. Quattro testimoni raccontano la loro «verità»: un cattolico veneziano, Marco de Cola; uno studente di legge ossessionato dalla vicenda del padre, Jack Prescott; un insigne matematico e teologo, John Wallis; uno studioso dell'antichità, Anthony Wood. Ma uno soltanto di loro dice tutta la verità...

Thriller di alto profilo e sorprendente originalità, sospeso tra finzione narrativa e fedele ricostruzione storica, La quarta verità ricrea magistralmente l'atmosfera, ma anche e soprattutto la mentalità di un'epoca tra le più complesse e affascinanti. tealibri.it/libri
  • La quarta verità di Iain Pears
  • GENERE Narrativa generale
  • COLLANA TEA Biblioteca - 13
  • NUMERO DI PAGINE 766
  • FORMATO Brossura
  • SU LICENZA DI Longanesi
  • EAN 9788850237050
Quattro versioni per quattro protagonisti: Marco da Cola, veneziano cattolico, anatomista, studioso di trasfusioni, interessato al sangue in seguito alla lettura a Padova di un lavoro di Harvey; Jack Prestcott, condannato a morte, evaso di prigione, deciso a discolpare il padre dall’accusa di tradimento nei confronti della causa Realista; John Wallis, insigne teologo, matematico e crittografo; Antony Wood, studioso di antichità ficcanaso e pettegolo. Quattro storie che raccontano una verità nascosta sotto gli interessi personali, quattro racconti destinati a gettare il lettore nel dubbio. Scrittore eclettico, Iain Pears spazia dai romanzi polizieschi ai saggi di storia dell’arte: amante della storia e della filosofia, inserisce  con perizia nella narrazione del romanzo le teorie di Descartes, Newton, Leibniz, e fa di Boyle e Locke attori protagonisti delle vicende narrate. Ambienti e linguaggio sono curati, i termini usati sono quelli del periodo descritto così come i percorsi che animano le loro menti di uomini del XVII secolo. La trama è intrisa di misticismo, superstizione e legata alle tradizioni popolate di false credenze (a partire da quella che vuole il sangue stesso veicolo dello spirito). Un tomo di oltre settecento pagine per una storia che procede secondo i ritmi lenti del tempo in cui si svolge, un romanzo appassionato e appassionante per gli amanti del genere che ha visto nell’anno della sua uscita ben quattro edizioni solo in Italia.

..e mi domandi cosa è la guerra… Zlata Filipovic - Diario di Zlata "e ora una terribile guerra mi sta portando via tutto. Perché? Sono disperata. Ho tanta voglia di piangere… Sto piangendo…

IL DIARIO DI ZLATA di Zlata Filipovic - Mondadori Education - Zlata Filipovicˇ è una ragazzina di soli undici anni quando nel suo paese, la Bosnia, e nella sua città, Sarajevo, scoppia la guerra.
Titolo: Diario di Zlata
Autore: Zlata Filipovic
Casa editrice: Rizzoli
    Nel 1991 Zlata Filipovic´ ha undici anni e vive a Sarajevo. Come tante sue coetanee tiene un diario dove registra gli eventi minimi dell’esistenza quotidiana: gli studi, gli amici, i weekend in campagna, l’ammirazione per i cantanti, le modelle famose, i divi della televisione. Quando scoppia la guerra e nel marzo del 1992 cominciano i primi spari a Sarajevo, il tono del diario cambia radicalmente. All’amica immaginaria di nome Mimmy consegna per un anno e mezzo la cronaca di giornate completamente diverse da prima: le notti passate in cantina, l’esplodere delle granate, le case in fiamme, le raffiche dei cecchini, la fame, la mancanza d’acqua e di elettricità, la morte degli amici, la perdita di speranza di chi la circonda. Una testimonianza coraggiosa e commovente, un’invocazione alla pace diventata un classico della letteratura di guerra.
    Zlata sopravvive a esperienze terribili e incomprensibili: alle notti trascorse in cantina, all’incendio della casa, alla fame, alla mancanza di acqua e di elettricità. Sopravvive anche alla morte degli amici. Sopravvive, soprattutto, alla perdita di speranza. E ci regala il suo diario, che è al tempo stesso la cronistoria di una guerra vicina a noi nel tempo e nello spazio e il messaggio di pace di chi l’innocenza non l’ha ancora perduta.
    Dal diario di Zlata, 12 anni, Serajevo, 29 giugno 1992

    Cara Mimmj,
    NOIA!!! SPARI!!! GRANATE!!! MORTI!!! DISPERAZIONE!!! FAME!!! DOLORE!!! PAURA!!!
    Questa è la mia vita, la vita di un’innocente ragazzina di undici anni!!!
    Una scolara senza scuola, senza le gioie e l’eccitazione della vita scolastica. Una bambina che vive senza giochi, senza amici,
    senza sole, senza uccelli, senza natura, senza frutta, senza cioccolata, senza caramelle, solo con un po’ di latte in polvere.
    In poche parole, una bambina senza infanzia.
    Una bambina della guerra.
    Solo ora capisco che sto davvero vivendo una guerra, che sono testimone di una brutta, orribile guerra. E insieme a me migliaia di altri bambini di questa città che viene distrutta, che piange e si dispera, sperando in un aiuto che non arriverà. Dio mio, finirà mai tutto questo, potrò mai tornare ad essere una bambina normale, una bambina che si gode la sua età?
    Una volta ho sentito dire che l’infanzia è il periodo più bello della vita. Ed è vero. Io amavo la mia infanzia, e ora una terribile guerra mi sta portando via tutto. Perché?
    Sono disperata.
    Ho tanta voglia di piangere…
    Sto piangendo…
    C'è solo un po' d'amore
    Che mi è rimasto qui
    E non so dove metterlo
    Un amore così
    Vedessi come canta
    Vedessi come danza
    Vedessi quante volte si sposta
    Si muove per la stanza
    E dice di conoscermi
    Di essere qui per me

giovedì 21 aprile 2022

#Liberi, #Libertà, #Liberazione. Piero Calamandrei asseriva «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare».


Nel "Discorso sulla Costituzione" pronunciato il 16 gennaio 1955, Piero Calamandrei asseriva «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Un’affermazione ritornata di estrema attualità in questo disastroso periodo, per via degli effetti di privazione che ciascuno di noi in questo momento vive e sperimenta in prima persona, molti per la prima volta nella vita.
Piero Calamandrei nacque a Firenze il 21 aprile 1889 da Rodolfo, professore di diritto commerciale, e Laudomia Pimpinelli. L’infanzia si svolse placidamente all’insegna delle idealità repubblicane dal padre, deputato dal 1906 al 1908, che impartì al figlio un’educazione severa, di cui il rigore morale caratteristico del giurista è la cifra più evidente. Questi dimostrò precocemente una spiccata vocazione letteraria, trasposta nei versi e favole pubblicati tra 1910 e 1912 su alcune riviste, tra cui il celebre Corriere dei Piccoli e Il Giornalino della Domenica.
L’avvento del fascismo impresse un rinnovato vigore all’attivismo politico di Calamandrei, indignato dalla barbarie squadrista rivolta contro il Circolo di cultura fiorentino e contro molti studi di avvocati da parte dei fascisti il 31 dicembre 1924. Il sentimento di progressiva degenerazione del tessuto sociale e politico lo portò ad aderire a numerosi atti di protesta pubblici, sottoscrivendo insieme a molte personalità del tempo Il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Il delitto Matteotti non fece altro che radicalizzare questa presa di posizione, portandolo ad aderire all’Unione Nazionale di Giorgio Amendola e alla società Italia Libera, oltre ad intessere stretti rapporti con il circolo antifascista fiorentino Non Mollare.
La breve stagione politica di Calamandrei terminò con la normalizzazione del regime a metà degli anni Venti, inducendolo a ritirarsi nell’esercizio dell’avvocatura e all’insegnamento nell’ateneo fiorentino al quale era arrivato nel 1924. Egli fu comunque chiamato in quello stesso anno nella sottocommissione incaricata di riformare il codice di procedura penale, senza che tuttavia le proposte elaborate nei due anni di lavori venissero recepite dal regime. Nonostante la collaborazione, Calamandrei fu uno dei pochi intellettuali a non chiedere la tessera del Partito, giurando però nel 1931 fedeltà al regime per poter proseguire nell’insegnamento accademico.
L’ottica in cui la pratica e il pensiero di Calamandrei si mossero, al di là degli approcci particolari ai singoli temi, fu quella di tutela dell’interesse generale e difesa del principio di legalità. Queste tematiche segnarono come stelle polari il cammino intellettuale del giurista fiorentino, segnato dagli anni di elaborazione delle tesi chiovendiane e dalla testarda quanto sagace opera di disturbo durante il fascismo. Un cammino terminato nel cuore degli anni del miracolo, immerso nell’ordine repubblicano di cui egli fu senza dubbio dotto custode e fedele partigiano.  Scritto da Michelangelo Morelli dapandorarivista.it
PIERO CALAMANDREI, Discorso sulla Costituzione, 1955.
È così bello, è così comodo: la libertà c'è. Si vive in regime di libertà, c'è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch'io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa.
Però la libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai.
E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La #Bacheca: #CINEMA. La terra trema film diretto da Luchino Visconti ispirato a I Malavoglia di Giovanni Verga.

La terra trema è un film del 1948 diretto da Luchino Visconti e ispirato a I Malavoglia di Giovanni Verga.
Aci Trezza, porticciolo situato tra Catania e Acireale. La famiglia Valastro vive poveramente di pesca, attività controllata da grossisti senza scrupoli. Il figlio maggiore dei Valastro, 'Ntoni, protesta contro i loro abusi, ma la sua è una rivolta che rimane solitaria. In seguito a una rissa iniziata con Lorenzo, grossista profittatore e spaccone, 'Ntoni è rinchiuso in prigione e quando, pagato il rilascio, ne esce, decide di mettersi in proprio con la sua famiglia.
All'inizio gli affari vanno bene ma una tempesta distrugge la loro barca, i debiti aumentano, le riserve di acciughe devono essere vendute a basso costo e la famiglia si disgrega. La sorella Lucia diviene l'amante del maresciallo del corpo di finanza di Aci Trezza, il fratello Cola diventa un contrabbandiere e la sorella Mara non può sposare il muratore che ama. 'Ntoni rimane solo e, con grande amarezza, non gli rimane che chiedere l'imbarco proprio agli sfruttatori che aveva cercato inutilmente di sfidare.
La terra trema avrebbe dovuto essere il primo film di un "trittico della miseria" che, secondo l'intenzione di Visconti, avrebbe dovuto descrivere, nell'ordine, la lotta dei pescatori, dei minatori nelle zolfare e dei contadini che lottano per liberarsi dall'antica schiavitù. La trilogia si sarebbe conclusa con una galoppata da far tremare la terra, appunto, lungo i terreni conquistati ai latifondisti.In definitiva, Visconti riuscì a realizzare solo il primo capitolo.
Visconti ha conservato del romanzo l'ambientazione siciliana, il nome del protagonista, 'Ntoni, e le linee generali della trama. Nonostante l'unico nome conservato del romanzo sia quello del protagonista, quello degli altri personaggi richiama protagonisti di opere verghiane: Ia Mena del romanzo diventa qui Mara, protagonista della novella "Jeli il pastore"; mentre riconosciamo in "Nedda" la protagonista dell'omonima novella.
Il tema principale della storia è quello di una rivolta individuale che si arresta davanti a una società classista. Nel film, a differenza del romanzo, non siamo di fronte però a un'oscura fatalità, ma a un sistema di oppressione economica i cui responsabili sono chiaramente indicati.
La legge che regna in questo povero paese sottosviluppato è quella dello sfruttamento capitalista. La realizzazione dei manifesti del film per l'Italia fu affidata al pittore cartellonista Averardo Ciriello. Al Festival di Venezia del 1948 vinse il Premio internazionale "per i suoi valori stilistici e corali". wikipedia.org

#Amore è #Raccontare la #Bellezza. Storia di una capinera film diretto da Franco Zeffirelli, tratto dal romanzo omonimo di Giovanni Verga.

Storia di una capinera è un film italiano del 1993 diretto da Franco Zeffirelli e tratto dal romanzo omonimo di Giovanni Verga.
Ambientato nella Catania di metà Ottocento, narra la storia di una ragazza che viene costretta dalla matrigna a farsi suora. Il film è stato girato ad Aci Trezza, Aci Castello, Catania, Etna, Palazzolo Acreide, Noto, Zafferana Etnea e ad Aci San Filippo nei pressi dell'Eremo di Sant'Anna.
Nella Catania di metà Ottocento scoppia un'epidemia di colera. La giovane novizia Maria è costretta ad abbandonare temporaneamente il suo convento per tornare a casa da suo padre e dalla sua matrigna, Matilde. Durante questo periodo la ragazza, che fin dalla più tenera età ha conosciuto solo la vita di clausura, scopre la vita al di fuori del chiostro e ne resta affascinata. Maria conosce anche Nino, giovane studente di buona famiglia del quale si innamora a prima vista. Anche il giovane sembra interessarsi a lei: la invita a ballare durante una festa e la corteggia in altre occasioni.
Maria è indecisa: vorrebbe stare con Nino ma allo stesso tempo pensa che il suo destino sia prendere i voti, così come la matrigna aveva stabilito. Un giorno Nino le dichiara il suo amore e le chiede di lasciare il convento: questo accentua il tormento di Maria, combattuta tra i suoi sentimenti e il suo dovere nei confronti di Dio. Alla fine il senso del dovere prevale e, dopo aver rifiutato Nino, la giovane fa ritorno in convento. Qui, contrariamente alle sue aspettative, il suo tormento non si placa e le fa capire di non aver preso la giusta decisione.
Pensa ai momenti passati con lui e si confessa con suor Agata, una suora apparentemente pazza, in realtà anche lei tormentata da un sentimento d'amore per un uomo conosciuto diversi anni prima e, come lei, diventata suora per errore. Durante una confessione in chiesa Maria intravede una cerimonia di nozze e vede che lo sposo è proprio Nino mentre la sposa è la sorella di Maria, Giuditta. Infatti, dopo che Maria è tornata in chiesa, Nino ha chiesto la mano a Giuditta, da sempre innamorata di lui. Maria cade in depressione. Una sera lascia il convento e decide di correre da Nino il quale si è trasferito assieme a Giuditta proprio in una casa di fronte al convento. wikipedia.org
Storia di una capinera è un romanzo epistolare di Giovanni Verga.
Fu scritto tra il giugno e il luglio 1869, durante il soggiorno dello scrittore a Firenze. Il 25 novembre 1869, tornato temporaneamente a Catania, Verga spedisce il romanzo a Francesco Dall'Ongaro, il quale ne rimase soddisfatto al punto da riuscire a farlo pubblicare dall'editore Lampugnani nella sua sede di Milano.
Al 1871 risale, perciò, la prima pubblicazione ufficiale del romanzo, apparso dapprima all'interno della rivista di moda La ricamatrice e poi in volume. In realtà, però, il romanzo era stato già pubblicato nel 1870 a puntate su un'altra rivista del Lampugnani, ovvero il Corriere delle dame (anno LXVIII, dal numero 20 del 16 maggio 1870 al numero 34 del 22 agosto 1870), semplicemente con il titolo La capinera.
La prima edizione del volume conteneva come prefazione la lettera con cui Dall'Ongaro aveva accompagnato l'invio dell'opera alla scrittrice Caterina Percoto, anche lei ferma sostenitrice del romanzo. Il romanzo è in parte autobiografico: prende spunto, infatti, da una vicenda vissuta in prima persona da Giovanni Verga in età giovanile. L'episodio risale all'estate 1854-1855 quando, in seguito all'epidemia di colera che si era scatenata su Catania, la famiglia Verga si rifugia a Tebidi, una località tra Vizzini e Licodia. Verga, all'epoca quindicenne, si innamora di Rosalia, giovane educanda del monastero di San Sebastiano (Vizzini), dove è monaca anche sua zia.
Verga introduce il romanzo spiegando il motivo che lo ha portato ad intitolarlo proprio Storia di una capinera:
«Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l'ala e l'indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. wikipedia.org

lunedì 18 aprile 2022

..e mi domandi cosa è la guerra…│Olena Kushnir│Iryna Filkina│Igor Belanov

  1. C'era anche Olena Kushnir, medico della Guardia nazionale ucraina, tra le cento donne in prima linea nella difesa di Mariupol fino alla fine.
  2. Bucha, Iryna Filkina: chi era la donna morta con lo smalto rosso 
  3. Dal Pallone d'Oro vinto nel 1986 alla guerra a difesa dell'Ucraina. È la storia di Igor Belanov, che non ci ha pensato due volte a "impugnare" un fucile per proteggere il suo popolo dagli attacchi russi.
C'era anche Olena Kushnir, medico della Guardia nazionale ucraina, tra le cento donne in prima linea nella difesa di Mariupol fino alla fine. Sono rimaste tra le fila di chi non ha abbandonato la città, sotto l'assedio russo, testimonia la giornalista Tetyana Danylenko.
Olena Kushnir è morta negli ultimi scontri. Olena era riuscita nei giorni scorsi ad evacuare il figlioletto. Nei primi giorni di guerra aveva perso il marito. A marzo aveva fatto un video in cui testimoniava il martirio della città e chiedeva aiuto all'occidente: «Non compatitemi, sono un medico, una combattente, sono ucraina, faccio il mio dovere», diceva.leggo.it
 
Bucha, Iryna Filkina: chi era la donna morta con lo smalto rosso La foto è stata condivisa sui social media e una truccatrice della vicina Gospel ha riconosciuto in quelle mani e nelle unghie smaltate Iryna Filkina, 52 anni, aspirante truccatrice e blogger che pubblicava tutorial sui social. Anastasiia Subacheva ha spiegato al New York Times di aver riconosciuto subito le mani e le unghie della signora Filkina dai suoi video. Ha poi aggiunto che il suo cuore si è spezzato quando ha visto la fotografia. «Quando l'ho visto, mi sentivo fisicamente come se il mio cuore avesse iniziato a spezzarsi», le sue parole al Times affaritaliani.it/esteri
ODESSA - Dal Pallone d'Oro vinto nel 1986 alla guerra a difesa dell'Ucraina. È la storia di Igor Belanov, che non ci ha pensato due volte a "impugnare" un fucile per proteggere il suo popolo dagli attacchi russi.
Lo si apprende in un post sui social (vedi sotto): «Pace all'Ucraina e gloria a tutti quelli che si oppongono agli occupanti che sfacciatamente sono venuti a distruggere la nostra terra e il nostro popolo libero ed eroico», sono le parole accompagnatorie al post.
Belanov è nato ad Odessa, oggi facente parte dell'Ucraina ma all'epoca territorio dell'Urss. E, proprio con la Nazionale dell'Urss, Belanov ha esordito il 2 maggio del 1985 in occasione di un match contro la Svizzera valido per le qualificazioni ai Mondiali del 1986. Due anni più tardi, a Euro88 ha invece raggiunto una finale, poi persa contro l'Olanda per 2-0.

venerdì 15 aprile 2022

..e mi domandi cosa è la guerra…│"...la città si spegneva tra il fumo, la polvere e il fuoco," ...Vasilij Grossman - Stalingrado

«Le fiamme divampavano ovunque, appiccate da decine di migliaia di bombe incendiarie… Enorme, la città si spegneva tra il fumo, la polvere e il fuoco, nel boato che scuoteva il cielo, l’acqua e la terra».
Quando Pëtr Vavilov, un giorno del 1942, vede la giovane postina attraversare la strada con un foglio in mano, puntando dritto verso casa sua, sente una stretta al cuore. Sa che l’esercito sta richiamando i riservisti. Il 29 aprile, a Salisburgo, nel loro ennesimo incontro Hitler e Mussolini lo hanno stabilito: il colpo da infliggere alla Russia dev’essere "immane, tremendo e definitivo». Vavilov guarda già con rimpianto alla sua isba e alla sua vita, pur durissima, e con angoscia al distacco dalla moglie e dai figli: «...sentì, non con la mente né col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di ciò che amava e voleva. Provò l’orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive più o meno alte e frondose per sua volontà, ma perché spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell’acqua». È il fiume della Storia, che sta per esondare e che travolgerà tutto e tutti: lui, Vavilov, la sua famiglia, e la famiglia degli Šapošnikov – raccolta in un appartamento a Stalingrado per quella che potrebbe essere la loro «ultima riunione» –, e gli altri indimenticabili personaggi di questo romanzo sconfinato, dove si respira l’aria delle grandi epopee. Un fiume che investirà anche i lettori, attraverso pagine che si imprimeranno in loro per sempre. E se Grossman è stato definito «il Tolstoj dell’Unione Sovietica», ora possiamo finalmente aggiungere che Stalingrado, insieme a Vita e destino, è il suo Guerra e pace. adelphi.it
«Lo spettacolo era tremendo, ma ancor più tremenda era la morte negli occhi di un esserino di sei anni schiacciato da una trave di ferro. Perché se esiste una forza capace di risollevare dalla polvere di città enormi, non c’è forza al mondo in grado di risollevare le palpebre dagli occhi di un bambino morto»
Vasilij Grossman - Stalingrado
Traduzione di Claudia Zonghetti
A cura di Robert Chandler, Jurij Bit-Junan
Biblioteca Adelphi, 731
2022, 2ª ediz., pp. 884, 3 cartine in b/n
isbn: 9788845936517