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mercoledì 31 dicembre 2025

Emiliano Tognetti - "Voci sul Decalogo: un viaggio nella contemporaneità"

Lo psicologo e giornalista Emiliano Tognetti segnala l’uscita del suo ultimo libro, Voci sul Decalogo. Un viaggio nella contemporaneità, pubblicato lo scorso marzo da Graphe.it.

Il volume arriva in un tempo particolarmente significativo: mentre il Giubileo si avvia alla conclusione e il contesto internazionale è segnato da conflitti, fratture sociali e nuove tensioni, il libro propone una riflessione sul “dopo”. Su ciò che resta, su ciò che può ancora tenere insieme l’umano e su come questi elementi possano tradursi nella vita quotidiana delle comunità.

Voci sul Decalogo nasce da un gesto concreto e controcorrente: mettere attorno allo stesso tavolo donne e uomini appartenenti a diverse tradizioni religiose per interrogarsi su ciò che può ancora costituire un fondamento condiviso, senza rinunciare né alla dimensione spirituale né all’esercizio critico della ragione.

Attraverso dieci conversazioni con esponenti dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam – tra cui Rav Joseph Levi, Rav Barbara Aiello, l’imam Yahya Pallavicini, l’imam Sherin Khankan e don Maurizio Patriciello – il Decalogo viene riletto non come un codice morale da imporre, ma come una possibile grammatica comune di responsabilità e convivenza all’interno di una società plurale e complessa.

La domanda che attraversa l’intero volume è tanto semplice quanto attuale: è ancora possibile un linguaggio etico condiviso, mentre il mondo sembra muoversi in direzione opposta?

Il libro è consigliato da chi conosce personalmente l’autore, ha avuto modo di leggerlo e di presentarlo pubblicamente, riconoscendone il valore culturale, il rigore del metodo e la capacità di tenere insieme profondità spirituale e concretezza civile. Un testo che invita al dialogo senza semplificazioni e che apre spazi di pensiero in un tempo che ne ha urgente bisogno.

Emiliano Tognetti è psicologo, giornalista e autore di saggi dedicati al dialogo tra fede, etica e contemporaneità. Da anni si occupa di temi legati alla dimensione spirituale dell’umano, al confronto interreligioso e alle dinamiche culturali della società attuale, con uno sguardo attento alla complessità e alle domande aperte del nostro tempo.

Il volume è disponibile sul sito dell’editore: https://www.graphe.it/scheda-libro/emiliano-tognetti/voci-sul-decalogo-un-viaggio-nella contemporaneita-9788893722506-619493.html

Daniel Pennac - La passione secondo Thérèse (Aux fruits de la passion)

La passione secondo Thérèse (Aux fruits de la passion) è un romanzo dello scrittore francese Daniel Pennac. Pubblicato per la prima volta nel 1999, costituisce il quinto capitolo del ciclo dedicato alla famiglia Malaussène.

Thérèse si innamora di un consigliere referendario alla Corte dei Conti chiamato Marie-Colbert de Roberval. Benjamin, fratello della ragazza e "capo" del clan Malaussène, è convinto che sia un pessimo legame ed ha un certo presentimento che non tarderà a realizzarsi. Ma cosa si può fare contro l'amore quando, nella tribù Malaussène, si sono già verificati molti amori spettacolari e sfortunati? Marie-Colbert rivela alla famiglia della ragazza di essere deciso a vegliare sui destini della nazione, sfruttando la sua posizione e facendosi consigliare dalle predizioni di Thérèse. 

Intimamente invece, l'uomo è interessato soprattutto al talento da "capro espiatorio" di Benjamin ed alle capacità divinatorie di Thérèse, che vuole sfruttare per scopi strettamente personali. L'uomo però non sa che l'arte di Thérèse è destinata a scomparire proprio nel momento in cui la ragazza consumerà il suo primo rapporto carnale. Il matrimonio viene comunque celebrato ma termina dopo pochi giorni, quando Marie-Colbert si accorge di non poter più utilizzare le doti di Thérèse. Indignata, la ragazza ritorna in famiglia ma, poco dopo, la polizia si presenta a casa della ragazza dicendo che Marie-Colbert è morto. L'uomo è stato fatto cadere dal primo piano della sua casa ed i poliziotti ritengono Thérèse l'unica sospettata. it.wikipedia.org

Incipit

Bisognerebbe vivere a posteriori. Decidiamo tutto troppo presto. Non avrei mai dovuto invitare quel tizio a cena. Una resa affrettata, dalle conseguenze disastrose. È vero che la pressione era fortissima. Tutta la tribù si era accanita a convincermi, ognuno nel proprio registro, una potenza di fuoco spaventosa:

«Come sarebbe?» sbraitava Jérémy, «Thérèse è innamorata e tu non vuoi vedere il suo tipo?»

«Non ho mai detto questo.»

Subentrava Louna:

«Thérèse trova un signore che si interessa a lei, fenomeno altrettanto improbabile di un tulipano su Marte, e a te non frega niente?»

«Non ho detto che non me ne fregava niente.»

«Nemmeno un briciolo di curiosità, Benjamin?»

giovedì 18 dicembre 2025

La favola di Orfeo, è un'opera teatrale scritta dall'umanista Angelo Poliziano tra il 1479 e il 1480

La Fabula di Orfeo, nota anche come La favola di Orfeo, è un'opera teatrale scritta dall'umanista Angelo Poliziano tra il 1479 e il 1480.

Il poeta tracio Orfeo è disperato per la morte della sua amata Euridice e decide di recarsi nell'Ade per riportarla indietro. Lì il suo canto impietosisce Plutone e Proserpina, cosicché gli viene concesso di poter riavere la sua donna, però nel tragitto dal mondo infernale al mondo terreno non deve voltarsi indietro. Il poeta, credendo di essere giunto sulla terra, si volta e perde così Euridice.

Il mito poi racconta anche la morte del poeta, il quale viene "risucchiato" nuovamente nell'Ade da Proserpina che, dopo aver visto non essere mantenuto il suo accordo col giovane poeta, lo condanna per sempre a restare negli Inferi, con la sua anima sotto dominio della donna e il suo corpo tra le mani irresistibili di Plutone, divenendo il suo schiavo sessuale. Tuttavia viene persino narrato che, anche oltraggiato nell'Ade, Orfeo non ha perso il suo dono divino, il canto, che continua a risuonare ed a invocare Euridice.

Questo mito fu letto da Dante nel Convivio in chiave allegorica e anche nel XV secolo umanisti come Ficino ritenevano che questa storia rappresentasse la capacità della poesia di resistere alla violenza umana. Poliziano, diversamente, conclude la sua rappresentazione con il coro delle Menadi che trionfano per il loro crimine. Dunque è probabile, come sostenuto da Vittore Branca, che il poeta di Montepulciano non credesse che la poesia e la bellezza vincano sulla violenza. Infatti Firenze, culla della poesia nel XIV secolo, fu sconvolta dagli avvenimenti legati alla congiura dei Pazzi del 1478, e di conseguenza Poliziano riteneva la teoria degli umanisti solo un'illusione.

Il mito di Orfeo è stato oggetto di molte interpretazioni allegoriche o simboliche. Per Poliziano le favole antiche rappresentano un patrimonio culturale vivo; esse possono offrire, per l’inesauribile capacità di significato del mito, la rappresentazione più immediata e nobile di intuizioni e pensieri. La vicenda narrata nella fabula può essere letta come esempio degli effetti nefasti dell’amore: la duplice morte di Euridice è conseguenza della passione di Aristeo e del troppo amore di Orfeo. Nella fabula tuttavia non è il troppo amore a portare effetti negativi, quanto l’amore per la donna in sé stesso che è giudicato negativamente. L’antefatto pastorale creato da Poliziano, che non si trova né in Virgilio né in Ovidio, rappresenta l’età aurea la cui serenità è dapprima minacciata dall’amore di Aristeo a livello personale e nell’intero contesto sociale ed è definitivamente annullata dalla serie dei tragici eventi ai quali la passione di Aristeo ha dato inizio. it.wikipedia.org

domenica 14 dicembre 2025

Michele Prisco - Il pellicano di pietra

Il pellicano di pietra è un romanzo di Michele Prisco e pubblicato nel 1996.

Il romanzo si è aggiudicato nel 1996 il Premio Fregene, il Premio Selezione Campiello, il Premio Cimitile e il Premio Nazionale Rhegium Julii.

Nel tardo pomeriggio di una uggiosa giornata di novembre, la signorina Bice esce incontro a un ragazzino che le porta il latte. Insieme e per caso, i due trovano un cadavere di donna adulta e la signorina Bice riconosce come un proprio lavoro di maglieria, la giacca di cui il corpo è rivestito. Si tratta di una giacca che ha lavorato a mano per una delle sorelle Savastano, ma non è possibile capire l'identità della vittima. Vengono allertate le forze dell'ordine e la signorina Bice viene congedata.

La famiglia Savastano, composta dal padre, Tommaso, dalla madre, Giuseppina e dalle figlie Emilia e Maddalena, vive agiatamente in una villetta a Bosco Reale, in prossimità di Torre del Greco e di Ercolano. Il benessere di cui godono è merito della madre Giuseppina, che, uscita dalla povertà grazie alla sua operosità, è ora proprietaria di un centro commerciale di abbigliamento di lusso. La donna porta al lavoro il marito, ma non le figlie (addette alla manutenzione della casa], e si impone con grande autorità sulla famiglia e sui dipendenti del grande e lussuoso negozio.

Ormai uscite dall'adolescenza, Emilia e Maddalena sono entrambe fidanzate: Emilia con Agostino, un giovane povero e lavoratore, Maddalena con Alfonso Molfese, disoccupato. Questo legame dispiace alla madre che, non contenta di ribadirlo, litiga in continuazione con la figlia, arrivando a insultarla e picchiarla per ottenere che lasci il giovane. Un giorno, entrato nel negozio, Alfonso Molfese si ritrova aggredito da Giuseppina che lo offende dandogli del ladro, gli intima di andarsene, sotto minaccia di chiamare la polizia. L'affronto convince il giovane a lasciare Maddalena, ma, cosa ben peggiore, ad entrare nel giro dello spaccio di droga. Così, arricchito e temuto, dopo tre anni, è stroncato da un colpo di pistola all'uscita di un locale. La comunità aveva benvoluto Alfonso e compreso che di fondo era onesto, ma gettato su una strada senza ritorno dalle angherie di Giuseppina, perciò i funerali sono fastosi.

Al funerale va Emilia, in segreto e portando dei fiori da parte di Maddalena. Questa, da quando è stata abbandonata da Alfonso, ha finto di lasciare la casa e si è sistemata in una soffitta, di cui solo Emilia ha la chiave. Ai genitori nemmeno una parola, benché Maddalena sospetti che la madre abbia capito che lei è ancora lì. Nelle normali indagini per la morte di Alfonso si arriva a una perquisizione in casa Savastano (causa una lettera anonima) e Maddalena ricompare. Il padre la abbraccia, ma lei non fa motto e quindi il mite Tommaso va nel bagno e si impicca alla doccia. Questo riporta le tre donne a tu per tu, ma non ci sono ulteriori litigi o recriminazioni.

Poco dopo si celebra il matrimonio di Emilia con Agostino. Il giovane ha avuto fortuna e, impegnandosi a fondo, è ormai proprietario di un'officina. La festa di nozze avviene in un locale chiamato L'Orsa Maggiore, dove, non molto tempo dopo, Maddalena comincia a lavorare come contabile. Rimanendo sola in casa infatti, la giovane deve sorbirsi la compagnia, non troppo gradita e vagamente pericolosa, di Beniamino Falanga, uno spiantato che la madre ha voluto come compagno. Assai più giovane di Giuseppina, vicino per età a Maddalena, frustrato per le maniere dispotiche dell'amante che gli conta i denari, troppo ozioso perché il magro lavoro che si ritrova non lo impegna abbastanza, l'uomo si dichiara un campione di virilità e ciò è infatti la molla per cui una donna come Giuseppina, che era stata una sposa esemplare, si sia data a un libero legame, senza preoccupazioni delle ciance altrui.

All'Orsa Maggiore un uomo nota Maddalena e se ne innamora. Si tratta di Osvaldo Rolandi, rappresentante di medicinali e separato in attesa di divorzio. Con qualche esitazione iniziale, Maddalena si lascia prendere da questo amore e arriva a presentare Osvaldo alla famiglia. Tuttavia, negli anni di volontaria segregazione, Maddalena ha covato un rancore per la madre, ben ricambiato. In effetti la madre ai tempi di Molfese, insinuava che il giovane venisse per lei e non per Maddalena; l'ambiguo legame con Beniamino ripropone il quesito a quale delle due donne sia effettivamente destinato. Così Maddalena intesse un piano pericoloso, convincendo Osvaldo a fare il galante con la madre, per conquistare quella benevolenza di cui immagina di avere bisogno.

Sia Osvaldo che Emilia sono contrari al trucco, ma alla prova dei fatti, Osvaldo si ritrova a fare anche troppo bene la parte dell'amico puro e semplice che, sotto sotto, mira alla madre. La cosa va tanto oltre che Maddalena vuole tornare indietro, ma non le è facile e comincia a dubitare di Osvaldo. Dopo una gita a un Santuario in Irpinia, poiché Beniamino si defila fingendo degli impegni, Giuseppina affronta la situazione con la solita energia e, saputo che i due si amano, impone loro di salire nella camera di Maddalena, anziché andare in luoghi lontani, come clandestini.

Il mattino successivo, domenica, Giuseppina si alza insolitamente presto e, annoiandosi, prende alcuni utensili per le pulizie, compreso un pesante spazzolone. Raggiunta da Maddalena, apprende che Osvaldo è uscito molto presto e tornerà l'indomani. Tra le due donne inizia una specie di dialogo che però degenera ben presto: Maddalena ammette di aver tentato di guadagnarsi il favore della madre, ma costei recepisce di essere stata manovrata facilmente, né le passa per la testa di essere stata egocentrica e pronta a credere tutto. Accendendosi d'ira, scaglia un barattolo di marmellata contro Maddalena che, schivandolo, dice "Avresti potuto ammazzarmi!" Come per dire che ti ammazzerò senz'altro, Giuseppina afferra lo spazzolone e colpisce ripetutamente Maddalena, la quale rinuncia a difendersi e muore sotto i colpi sempre più fitti. Per finire, Giuseppina continua a infierire sulla figlia inerme e quindi le pone le mani attorno al collo e stringe fino a spezzarne le ossa.

Da questo momento non si sa più cosa pensi e senta Giuseppina. Il racconto si limita a registrare il ritorno di Beniamino che si presta a nascondere il cadavere. L'uomo incapretta il povero corpo per stornare i sospetti sulla malavita. Quanto a Emilia, non sembra un pericolo immediato perché, la sera prima, era stata avvertita dalla madre, con una telefonata menzognera, che Maddalena e Osvaldo erano fuori e non sarebbero tornati così presto. Eppure il corpo è ritrovato dopo poche ore e la polizia arriva facilmente alla verità: il delitto è opera della madre con favoreggiamento del convivente. I due sono arrestati. La signorina Bice apprende la verità dai telegiornali locali, compreso il fatto che Giuseppina ha sostenuto di sapere cosa stava facendo e non sarà sottoposta a perizie psichiatriche. Poiché la signorina Bice sta lavorando a uno scialle rosso per Maddalena, si chiede cosa farne e a chi mandarlo, ma la volontà le viene meno di fronte a tanto orrore.  it.wikipedia.org