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martedì 26 marzo 2019

Etgar Keret, Sette anni di felicità (Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani)

Sette anni di felicità
di Etgar Keret 
Negli ultimi sette anni, Etgar Keret ha avuto molte ragioni per stare in pensiero. 
Suo figlio Lev è nato nel bel mezzo di un attentato terroristico a Tel Aviv. Suo padre si è ammalato. 
Tremende visioni del presidente iraniano Ahmadinejad che lancia invettive antisemite lo perseguitano. 
E Devora, l’implacabile venditrice di un call center, sembra determinata a seguirlo anche all’altro mondo. 
Con un’ironia fulminante e la sua speciale capacità di cogliere del buono dove meno te l’aspetti, Keret si muove con disinvoltura tra il personale e il politico, il faceto e il terribilmente serio, per raccontare i suoi ultimi sette anni a Tel Aviv: un condensato di vita, humour ed emozione. https://www.lafeltrinelli.it/libri/etgar-keret/sette-anni-felicita/9788807031342


Andrea Bajani
Tra i resti del passato che gorgogliano senza posa notte e giorno in quel sito archeologico permanente che è YouTube può capitare di incappare in una vecchia intervista a Primo Levi. Credo si tratti di una conversazione registrata nei locali della Siva, la Società Industriale Vernici e Affini di Settimo Torinese per la quale lo scrittore lavorò come chimico fino al 1977. In quell’intervista Levi indossa il camice bianco d’ordinanza, con sotto la cravatta, e se ne sta appoggiato a un armadietto metallico in laboratorio. Vestito da chimico, parla dell’esperienza del lager e del sedimento di parole rimaste sul fondo della storia del Novecento: Se questo è un uomo. C’è un momento, nel corso dell’intervista, in cui Levi, guardando in terra, dice, nel suo indimenticabile fraseggiare elegantemente monocorde: “Mi accade di trovare il bisogno di andare a cercare qualcun altro, per rinfrescare queste cose, per verificarle”.
Viene in mente questa vecchia intervista a Levi leggendo l’ultimo libro di Etgar Keret, Sette anni di felicità (Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani). E non tanto per il fatto che Keret è uno scrittore israeliano “i cui allarmi giornalieri di Google – scrive il narratore – sono confinati all’esiguo territorio tra ‘lo sviluppo nucleare iraniano’ e il genocidio ebraico’” ma per qualcosa di molto più profondo e intrinseco al raccontare: l’idea stessa di andare a cercare qualcuno per condividere una storia o la Storia. “Ho scritto il mio primo racconto […] in una delle basi militari meglio difese di Israele – scrive Keret. Ritto al centro di quella stanza gelida, fissai quella pagina a lungo. Non sapevo spiegarmi perché l’avevo scritta e a quale scopo. Il fatto che avessi digitato tutte quelle frasi fatte era eccitante, ma anche molto allarmante. Era come se dovessi trovare subito qualcuno che leggesse il mio racconto, qualcuno che […] potesse calmarmi e dirmi che scriverlo era stato giusto e non un altro passo sulla strada della pazzia”. Il giovane Keret cerca disperatamente un lettore: prova con il sergente che deve dargli il cambio ma viene liquidato. Poi si rivolge al fratello. Si dirige a casa sua, lo tira giù dal letto, lo costringe a scendere in strada ad accontentarlo. https://www.doppiozero.com/materiali/etgar-keret-sette-anni-di-felicita

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