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giovedì 21 aprile 2022

#Liberi, #Libertà, #Liberazione. Piero Calamandrei asseriva «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare».


Nel "Discorso sulla Costituzione" pronunciato il 16 gennaio 1955, Piero Calamandrei asseriva «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Un’affermazione ritornata di estrema attualità in questo disastroso periodo, per via degli effetti di privazione che ciascuno di noi in questo momento vive e sperimenta in prima persona, molti per la prima volta nella vita.
Piero Calamandrei nacque a Firenze il 21 aprile 1889 da Rodolfo, professore di diritto commerciale, e Laudomia Pimpinelli. L’infanzia si svolse placidamente all’insegna delle idealità repubblicane dal padre, deputato dal 1906 al 1908, che impartì al figlio un’educazione severa, di cui il rigore morale caratteristico del giurista è la cifra più evidente. Questi dimostrò precocemente una spiccata vocazione letteraria, trasposta nei versi e favole pubblicati tra 1910 e 1912 su alcune riviste, tra cui il celebre Corriere dei Piccoli e Il Giornalino della Domenica.
L’avvento del fascismo impresse un rinnovato vigore all’attivismo politico di Calamandrei, indignato dalla barbarie squadrista rivolta contro il Circolo di cultura fiorentino e contro molti studi di avvocati da parte dei fascisti il 31 dicembre 1924. Il sentimento di progressiva degenerazione del tessuto sociale e politico lo portò ad aderire a numerosi atti di protesta pubblici, sottoscrivendo insieme a molte personalità del tempo Il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Il delitto Matteotti non fece altro che radicalizzare questa presa di posizione, portandolo ad aderire all’Unione Nazionale di Giorgio Amendola e alla società Italia Libera, oltre ad intessere stretti rapporti con il circolo antifascista fiorentino Non Mollare.
La breve stagione politica di Calamandrei terminò con la normalizzazione del regime a metà degli anni Venti, inducendolo a ritirarsi nell’esercizio dell’avvocatura e all’insegnamento nell’ateneo fiorentino al quale era arrivato nel 1924. Egli fu comunque chiamato in quello stesso anno nella sottocommissione incaricata di riformare il codice di procedura penale, senza che tuttavia le proposte elaborate nei due anni di lavori venissero recepite dal regime. Nonostante la collaborazione, Calamandrei fu uno dei pochi intellettuali a non chiedere la tessera del Partito, giurando però nel 1931 fedeltà al regime per poter proseguire nell’insegnamento accademico.
L’ottica in cui la pratica e il pensiero di Calamandrei si mossero, al di là degli approcci particolari ai singoli temi, fu quella di tutela dell’interesse generale e difesa del principio di legalità. Queste tematiche segnarono come stelle polari il cammino intellettuale del giurista fiorentino, segnato dagli anni di elaborazione delle tesi chiovendiane e dalla testarda quanto sagace opera di disturbo durante il fascismo. Un cammino terminato nel cuore degli anni del miracolo, immerso nell’ordine repubblicano di cui egli fu senza dubbio dotto custode e fedele partigiano.  Scritto da Michelangelo Morelli dapandorarivista.it
PIERO CALAMANDREI, Discorso sulla Costituzione, 1955.
È così bello, è così comodo: la libertà c'è. Si vive in regime di libertà, c'è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch'io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa.
Però la libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai.
E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

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