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venerdì 18 marzo 2022

..e mi domandi cosa è la guerra…Mercè Rodoreda - La piazza del Diamante

Mercè Rodoreda - La piazza del Diamante 
“E avvertii forte il trascorrere del tempo.
Non il tempo delle nuvole e del sole e della pioggia e il passare delle stelle ornamento della notte, non il tempo delle primavere dentro il tempo delle primavere e il tempo degli autunni dentro il tempo degli autunni, non quello che mette foglie sui rami o quello che le strappa via, non quello che increspa e leviga e colora i fiori, ma il tempo dentro di me, il tempo che non si vede e ci impasta. Quello che ruota e ruota in cuore e lo fa ruotare con sé, e ci va cambiando dentro e fuori e pazientemente ci va riducendo come saremo l’ultimo giorno.”
Quella sera, quando Quimet l’aveva invitata a ballare, in piazza del Diamante c’era la musica e tutto il quartiere danzava. Natàlia prima esita, ma poi, visto che lui è affascinante e deciso, gli prende la mano. Inizia così la loro storia d’amore, a cui seguirà il matrimonio e la nascita dei figli.
Una mattina, Quimet trova un colombo ferito sul davanzale. Ha un’idea, vuole allevarli per rivenderli e inizia a riempire il solaio di uccelli. I bambini li amano, Natàlia li detesta.
Poi arriva la guerra che distrugge la città e spazza via le loro semplici vite. Natàlia rimane a Barcellona e lotta per sfamare la famiglia, Quimet parte per il fronte per combattere i fascisti e, uno a uno, i colombi volano via.
Con una toccante intensità, Rodoreda più che raccontare suggerisce con la sua voce delicata i sentimenti, la sensibilità, la complessità dell’animo femminile.
La piazza del Diamante è uno dei più bei romanzi su Barcellona e sulla guerra civile spagnola, una pietra miliare della letteratura europea del Novecento. lanuovafrontiera.it
Postfazione di Claudia Durastanti 
Julieta era venuta in pasticceria apposta per dirmi che, prima della riffa per il mazzolino di fori, avrebbero sorteggiato le caffettiere, che lei aveva già visto: magnifche, bianche, con un’arancia dipinta, tagliata in due, che metteva in mostra i semi. Non avevo voglia di andare a ballare, e non avevo voglia nemmeno di uscire, perché avevo passato la giornata a vendere dolci, e le punte delle dita mi facevano male a via di stringere spaghini dorati e di fare nodi e cappi. E perché conoscevo Julieta: per lei la notte fniva all’alba, e dormire o non dormire le era indifferente. Ma ne avessi o no voglia, fnii con l’accompagnarla, perché ero fatta così, mi dispiaceva se qualcuno mi chiedeva una cosa e dovevo dire di no. Ero in bianco da capo a piedi: veste e sottoveste inamidate, scarpe come un sorso di latte, orecchini di pasta bianca, tre braccialetti a cerchio in stile con i pendenti, una borsetta bianca, di incerata, secondo Julieta, con la chiusura dorata a forma di conchiglietta.
exlibris20.it - La piazza del diamante La voce contenuta di Colometa affonda nell’angoscia, mai un grido, ma un dolore che preme su se stesso, che rimuove la notizia della morte del Quimet e la confonde con quella dell’ultimo colombo ed il tramonto ventoso di fine autunno. La ricerca di lavoro e cibo rivelano la misura esasperante del dolore alla piccola pasticciera d’un tempo: “E alla fine capii che cosa volevano dire quando dicevano che uno era di sughero… perché, di sughero lo ero io. Non perché lo fossi, ma perché lo diventai. E il cuore di neve”.
La fine della disperazione, progettata con un piano di morte, atroce quanto la distruzione della colombaia, rappresenta invece l’inversione della storia, quindi l’ultima parte del romanzo, e la risalita di Colometa alla vita. Un matrimonio affettuoso e la tranquillità dei giorni riportano la signora Natàlia alla comprensione finale di sé e alla capacità di riguardare indietro, senza paura di attraversare la strada. È la liberazione dell’urlo che si porta dentro da sempre, che esorbita dalle pagine del libro senza trionfo, ma sonoro e definitivo, lasciando il posto ad un unico sentimento: la tenerezza. Nancy De Benedetto

giovedì 17 marzo 2022

Caffè Meletti, Ascoli Piceno, domenica 20 marzo ore 17,00. In occasione della Giornata Mondiale della Poesia verrà presentato “TRA L’ESSERE E L’APPARIRE”, il nuovo libro del Prof. Antonio Lera.

In occasione della Giornata Mondiale della Poesia verrà presentato “TRA L’ESSERE E L’APPARIRE”,  il nuovo libro del Prof. Antonio Lera, Presidente dell’Associazione AGAPE (Accademia Caffè Letterari d’Italia e d’Europa), Candidato al Nobel per la Letteratura per gli anni 2020 e 2021 al Caffè Meletti, caffè storico situato in Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, che si appresta a divenire “Caffè letterario d’Italia e d’Europa”. Ad assegnare il fregio, durante la cerimonia che si terrà in loco domenica 20 marzo alle 17, sarà l’associazione Agape (Accademia Caffè Letterari d’Italia e d’Europa).

In occasione della Giornata Mondiale della Poesia verrà presentato “TRA L’ESSERE E L’APPARIRE”,  il nuovo libro del Prof. Antonio Lera, Presidente dell’Associazione AGAPE (Accademia Caffè Letterari d’Italia e d’Europa), Candidato al Nobel per la Letteratura per gli anni 2020 e 2021 al Caffè Meletti, caffè storico situato in Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, che si appresta a divenire “Caffè letterario d’Italia e d’Europa”. Ad assegnare il fregio, durante la cerimonia che si terrà in loco domenica 20 marzo alle 17, sarà l’associazione Agape (Accademia Caffè Letterari d’Italia e d’Europa).

Un happening coordinato da Anna Monini (direttore artistico del Caffè Meletti) e Franca Maroni (presidente del Centro Poesia Marche) ed a cui presenzieranno, oltre all’autore, Arturo Bernava (presidente della Casa Editrice IlViandante), Alessandra Bucci (docente di lettere e scrittrice) e Laura Balestra (docente di materie letterarie e latino e scrittrice). L’evento vedrà anche la partecipazione della professoressa Donatella Ferretti, assessore alla Cultura del Comune di Ascoli.

Non si tratterà di un momento isolato, bensì del primo di una serie di incontri a tema, previsti al Caffè Meletti nei prossimi mesi, coordinato da Anna Monini e Franca Maroni, con la supervisione del Presidente diAgape Caffè Letterari d’Italia e d’Europa, Antonio Lera.

L’Associazione AGAPE CAFFE LETTERARI D’ITALIA E D’EUROPA, da lui fondata sulla scorta del Movimento Culturale ARTISTI E POETI BENEDETTI, ha fatto tappa in alcuni dei più prestigiosi CAFFE’ E LOCALI STORICI (Florian di San Benedetto del Tronto, Meletti di Ascoli Piceno, Pedrocchi di Padova, GranCaffè Quadri di Venezia, Le Giubbe Rosse di Firenze, Arte della Seta di Firenze, Paszkowski di Firenze, Caffè Greco di Roma, Cafè Demel di Vienna, Caffè Letterario Ostiense di Roma, Museo del Corallo di Napoli, Casina Pompeiana di Napoli, Antica Legatoria Artigiana di Napoli, Caffè Il Momento di Amsterdam, Lucaffè di Ferrara, Minotauro di Verona, Cibo per la Mente di Taranto, Notturno Sud di Bologna, Caffè Letterario a Palazzo Mauri di Spoleto, Palazzo Fibbioni de L’Aquila, Psica di Pescara, Kursaal di Giulianova, Loggiato Belvedere di Giulianova, Villa Comunale di Roseto degli Abruzzi, Palazzo del Mare di Roseto degli Abruzzi, Empatia di Teramo.

Il Caffè Meletti, da sempre cuore pulsante della vita ascolana, simbolo storico e culturale della città col suo inconfondibile stile liberty, già nel 1981 fu dichiarato dal Ministero dei Beni Culturali “Locale di interesse storico e artistico”. 

Tutta improntata ad orientare i comportamenti e l’animo umano alla Pace e a suggerire atteggiamenti positivi ed evocare suggestioni terapeutiche ed inclinazioni verso il benessere psicofisico, la nuova raccolta “TRA L’ESSERE E L’APPARIRE: Poesia picciola dell’Universo”.

Ogni opera del libro “TRA L’ESSERE E L’APPARIRE: Poesia picciola dell’Universo”, è tesa a veicolare messaggi di pace e di benessere, ovvero le uniche cose importanti per l’essere e che danno ad ogni individuo la peculiarità dell’umanità, quando si parla di essere umano, per evitare di incespicare nella deriva e nella nebulosa poetica che la contemporaneità sperimentalista potrebbe indurre in chi scrive versi. Lera scrive dell’urgenza di recuperare il senso vero del vivere, in cui la dimensione dell’amore appare prevalente su tutto ed è in essa che affondano le radici di un tempo necessario ed improrogabile per la pace, perché si è sempre in tempo per realizzare spazi di buoni intenti e di traguardi comuni di pedagogia e di civiltà profumati di buone relazioni umane. Essere partigiani di pace, coltivare i sentimenti che portano gli uomini al rispetto del pianeta e di tutte le creature e le cose che vi abitano. Una pace da sempre inseguita e mai veramente ottenuta si cela in ogni angolo poetico di Lera, che non s’illude mai dell’esistenza di tempi di pace, guardando in faccia una realtà che pone gli uni contro gli altri per l’esistenza di molteplici dividendi sul piano relazionale ed esistenziale, come il possesso dei beni, il denaro, la ricerca del successo personale a tutti i costi che significa in pratica rinunciare ad essere se stessi, rinunciare a vivere la propria vita, rinunciare alla pace, rinunciare ad essere e scegliere di apparire, divenire comparse mascherate dal senso di protagonismo che illude cosi bene di essere. Ogni opera poetica riguarda l’interiorità, il riflettere su di sé al fine di accrescere la propria consapevolezza e rispetto a tutte le altre forme artistiche, lo strumento poetico può riuscire meglio a suscitare una vera e propria catarsi, agendo nella profondità dell’essere e contribuire cosi pienamente al benessere psicofisico ed accrescere la qualità della vita delle persone. Nella lettura poetica è possibile pensare una sorta di  Pronto Soccorso Poetico dove le  poesie divengono ricette contro la perdita del piacere di vivere, soprattutto considerando l’humus quotidiano in cui gli individui sono immersi.  Appare incredibile di alcune Poesie che possono essere considerate come anche altre forme artistiche (musica, pittura, scultura, fotografia) delle pillole da assumere per donare calma e relax ed interrompere la frenesia e l’aridità della vita moderna. Ma la Poesia riesce a divenire anche foriero di pace e in particolare ad armonizzare l’anima per alleviare sofferenze e preoccupazioni e Lera, utilizza questo strumento privilegiato per “lavorare” sulla parte positiva di ciascuno attraverso le modalità espressive letterarie per prendersi cura del benessere del lettore e predisporlo verso l’armonia emotiva, mentale o spirituale ed in ogni caso contribuire ad alleviare il malessere suscitato dai periodi critici che da sempre caratterizzano la vita delle persone (Conflitti, Guerre, Pandemie, Separazioni), nelle varie fasi esistenziali individuali e collettive. Insomma Poesia come Antidoto ai mali del vivere e soprattutto come Fiocina di opportunità del benessere e chiudendo in cerchio, garantendo il benessere si viaggia verso la pace, prima quella interiore poi quella comune. La scrittura poetica più che ogni altra forma di espressione letteraria ed artistica, consente di ripristinare la relazione con se stessi, cui spesso si rinuncia nel processo di maturazione verso l’età adulta, rinunciando a quel fanciullino che Pascoli ha riportato a galla nella sua poetica e a quell’entusiasmo tipico delle prime fasi esistenziali che D’Annunzio ci fa ritrovare nelle sue opere. Il fanciullino di Pascoli e l’Entusiasmo di D’Annunzio a tratti si riaffacciano nelle opere di Lera con il debito scarto riguardo ad Autori di cosi alto valore, condite da una ricerca costante della semplicità e del valore umano perché tutti noi possiamo mantenere la giusta elasticità mentale, con una mente aperta, postura esistenziale da cui il corpo possa trarre enormi benefici ed alfine essere più che apparire e garantire empatia tra le persone e tempi e spazi esistenziali migliori di prima”.

Blu Parthenope Eventi e Comunicazione – Vesuvio, 365 giorni da raccontare

venerdì 11 marzo 2022

..e mi domandi cosa è la guerra... Erano circa le due del dopopranzo, e a quell'ora, come d'uso, poca gente circolava per le strade. (La Storia - Elsa Morante)

Un giorno di gennaio dell'anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell'ora, come d'uso, poca gente circolava per le strade.
La Storia è un romanzo storico del 1974 scritto da Elsa Morante. Considerata come una delle sue opere più conosciute, ma allo stesso tempo anche criticate e discusse, l'autrice impiegò almeno tre anni per comporla e volle che fosse data alle stampe direttamente in edizione tascabile, in brossura e a basso costo. Il romanzo venne, perciò, pubblicato nel giugno del 1974 nella collana Gli Struzzi dalla casa editrice Einaudi.
Ambientato nella Roma della seconda guerra mondiale e dell'immediato dopoguerra, negli anni fra il 1941 e il 1947, come romanzo corale è pretesto per un affresco sugli eventi bellici visti con gli occhi dei protagonisti e della popolazione ferita.
I quartieri romani martoriati dai bombardamenti e le borgate di periferia affollate da nuovi e vecchi poveri (San Lorenzo, Testaccio, Pietralata, il ghetto ebraico di Roma) e le alture dei vicini Castelli Romani, in cui si muovono le formazioni partigiane di opposizione al nazifascismo e alcuni dei protagonisti della vicenda che scandisce la narrazione come un naturale fil rouge, vengono descritti con realismo, ma anche con una marcata visionarietà poetica.
Dal romanzo è stato tratto nel 1986 il film omonimo diretto da Luigi Comencini.
Il 19 luglio del 1943, in pieno giorno, Roma venne bombardata dall’aviazione anglo-americana. Fu una delle più grandi stragi della Seconda guerra mondiale in Italia: le bombe sganciate da centinaia di aerei da guerra fecero circa tremila morti, circa diecimila feriti, e rasero al suolo intere aree della città. Mussolini non era a Roma, si trovava a Feltre, dove aveva incontrato Hitler: gli Alleati erano sbarcati pochi giorni prima in Sicilia, e occorreva impostare un piano di difesa. Ma era troppo tardi. Una settimana dopo, il 24 luglio, Mussolini veniva sfiduciato dal Gran Consiglio del Fascismo, e il 25 luglio veniva arrestato. Poco più di un mese dopo, l’8 settembre, l’Italia si arrendeva agli Alleati.
Elsa Morante descrive distesamente l’atmosfera dei giorni che precedono quello del bombardamento. Mentre le città industriali del nord vengono bombardate quasi ogni giorno, la vita nella capitale scorre abbastanza tranquilla. Il primogenito di Ida, Nino, che è un giovane sbruffone, ride delle paure della madre e minimizza il pericolo di attacchi aerei su Roma. L’autrice rende i suoi pensieri e le sue parole attraverso il discorso indiretto libero: «Questi allarmi di Roma, invece, erano tutte commedie: giacché era risaputo che, per un patto segreto di Ciurcìl col papa, Roma era decretata città santa e intangibile, e le bombe, qua, non ci potevano cascare». È Nino che parla, qui (sua è anche la storpiatura del nome del primo ministro britannico, Winston Churchill), ma ciò che dice corrisponde a ciò che molti romani pensavano e dicevano, nei primi mesi del 1943. Roma, la città santa della cristianità, non poteva essere bombardata. E invece…
La mattina del 19 luglio Ida e il piccolo Useppe vanno al mercato per fare un po’ di spesa. Ed ecco quello che succede.
Una di quelle mattine Ida, con due grosse sporte al braccio, tornava dalla spesa tenendo per mano Useppe. Faceva un tempo sereno e caldissimo. Secondo un’abitudine presa in quell’estate per i suoi giri dentro al quartiere, Ida era uscita, come una popolana, col suo vestito di casa di cretonne stampato a colori, senza cappello, le gambe nude per risparmiare le calze, e ai piedi delle scarpe di pezza con alta suola di sughero. Useppe non portava altro addosso che una camiciolina quadrettata stinta, dei calzoncini rimediati di colore turchino, e due sandaletti di misura eccessiva (perché acquistati col criterio della crescenza) che ai suoi passi sbattevano sul selciato con un ciabattio. In mano, teneva la sua famosa pallina Roma (la noce Lazio durante quella primavera fatalmente era andata perduta).
Uscivano dal viale alberato non lontano dallo Scalo Merci, dirigendosi in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udì avanzare nel cielo un clamore d’orchestra metallico e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto, e disse: «Lioplani». E in quel momento l’aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle e il terreno saltava d’intorno a loro, sminuzzato in una mitraglia di frammenti. «Useppe! Useppe!» urlò Ida, sbattuta in un ciclone nero e polveroso che impediva la vista: «Mà, sto qui», le rispose, all’altezza del suo braccio, la vocina di lui, quasi rassicurante. Essa lo prese in collo, e in un attimo le ribalenarono nel cervello gli insegnamenti dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) e del Capofabbricato2: che in caso di bombe, conviene stendersi al suolo. Ma invece il suo corpo si mise a correre senza direzione. Aveva lasciato cadere una delle sue sporte, mentre l’altra, dimenticata, le pendeva ancora al braccio, sotto al culetto fiducioso di Useppe. Intanto, era cincominciato il suono delle sirene. Essa, nella sua corsa, sentì che scivolava verso il basso, come avesse i pàttini, su un terreno rimosso che pareva arato, e che fumava. Verso il fondo, essa cadde a sedere, con Useppe stretto fra le braccia. Nella caduta, dalla sporta le si era riversato il suo carico di ortaggi, fra i quali, sparsi ai suoi piedi, splendevano i colori dei peperoni, verde, arancione e rosso vivo.
Con una mano, essa si aggrappò a una radice schiantata, ancora coperta di terriccio in frantumi, che sporgeva presso di lei. E assestandosi meglio, rannicchiata intorno a Useppe, prese a palparlo febbrilmente in tutto il corpo, per assicurarsi che era incolume3. Poi gli sistemò sulla testolina la sporta vuota come un elmo di protezione. Si trovavano in fondo a una specie di angusta4 trincea, protetta nell’alto, come da un tetto, da un grosso tronco d’albero disteso. Si poteva udire in prossimità, sopra di loro, la sua chioma caduta agitare il fogliame in un gran vento. Tutto all’intorno, durava un fragore fischiante e rovinoso, nel quale, fra scrosci, scoppiettii vivaci e strani tintinnii, si sperdevano deboli e già da una distanza assurda voci umane e nitriti di cavalli. Useppe, accucciato contro di lei, la guardava in faccia, di sotto la sporta, non impaurito, ma piuttosto curioso e sovrapensiero. «Non è niente», essa gli disse, «non aver paura. Non è niente». Lui aveva perduto i sandaletti ma teneva ancora la sua pallina stretta nel pugno. Agli schianti più forti, lo si sentiva appena appena tremare: «Niente…» diceva poi, fra persuaso e interrogativo. I suoi piedini nudi si bilanciavano quieti accosto5 a Ida, uno di qua e uno di là. Per tutto il tempo che aspettarono in quel riparo, i suoi occhi e quelli di Ida rimasero, intenti, a guardarsi. Lei non avrebbe saputo dire la durata di quel tempo. Il suo orologetto da polso si era rotto; e ci sono delle circostanze in cui, per la mente, calcolare una durata è impossibile. letteredidattica.deascuola.it - Roma bombardata-

..e mi domandi cosa è la guerra... Antonio Besana, La Tregua di Natale del 1914 - JOYEUX NOËL

Antonio Besana, La Tregua di Natale del 1914 , La Libreria Militare, Milano, 2009.
Prefazione: la nascita di una idea. Antonio Besana, Milano, Novembre 2009
I fatti conosciuti come "La tregua di Natale" (The Christmas Truce) ebbero inizio la vigilia di Natale del 1914, durante il primo anno della prima guerra mondiale.
La notte di Natale 1914, nella parte settentrionale del fronte occidentale, nelle trincee delle Fiandre, a sud di Ypres, in Belgio, ci fu una tregua. Non fu ordinata a seguito di un accordo tra i comandi dei due schieramenti. Fu una tregua spontanea dichiarata dai soldati, francesi, inglesi e tedeschi, che sui due fronti uscirono allo scoperto e si incontrarono nella terra di nessuno. Si parlarono, si strinsero la mano, si abbracciarono, seppellirono i caduti delle due parti. Fu celebrata una messa, ci fu una funzione funebre. I soldati fumarono e cantarono insieme, si scambiarono auguri e doni, capi di vestiario e bottoni delle divise, cibo, tabacco, fotografie degli amici e delle famiglie, e ricordi del tempo di pace. Come è immaginabile, l’episodio mise in difficoltà gli Stati Maggiori di entrambe le parti, che in seguito decisero di sostituire le truppe al fronte con altre unità, le spostarono in altri settori, cancellando la memoria dei fatti.
Testo dello scrittore australiano Aaron Sheperd, tratto da un suo adattamento teatrale per bambini.
"Janet, sorella cara,
sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dorme nelle buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia! Le prime battaglie hanno fatto tanti morti che entrambe le parti si sono trincerate in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare.
Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d’artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra per paura del cecchino. E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle.
E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più. S’appiccica e sporca tutto e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di liberarsi. Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi di fronte noi. Dopo tutto affrontano gli stessi nostri pericoli, e anche loro sciaguattano nello stesso fango. E la loro trincea è solo cinquanta metri davanti a noi. Tra noi c’è la terra di nessuno, orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini che ne sentiamo le voci. Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri compagni.
Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti. Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango. Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria.
Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla ma non ci contavamo. Soldati che fraternizzano fuori dalle trincee. Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia. Non credevo ai miei occhi di vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio. Che cos’è?, ho chiesto al compagno e John ha risposto: ’Alberi di Natale!’ Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini. E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: ’ stille nacht, heilige nacht [...]. Il canto in Inghilterra non lo conosciamo ma John invece lo conosce e l’ha tradotto: ’notte silente, notte santa’. comune.cinisello-balsamo.mi.it - LA TREGUA DI NATALE
Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella notte chiara e silenziosa. Quando il canto è finito gli uomini nella nostra trincea hanno applaudito. Sì, soldati inglesi che applaudivano i tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare e ci siamo tutti uniti a lui: ’the first nowell the angel did say [...]’. Per la verità non eravamo bravi a cantare come i tedeschi con le loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti e poi ne hanno attaccato un’altra: ’o tannenbaum, o tannenbaum [...]’. A cui noi abbiamo risposto: ’o come all ye faithful [...]’. E questa volta si sono uniti al nostro coro cantando la stessa canzone, ma in latino: ’adeste fideles [...]’. Inglesi e tedeschi che intonano in coro attraverso la terra di nessuno! Non potevo pensare niente di più stupefacente, ma quello che è avvenuto dopo lo è stato di più. ’Inglesi, uscite fuori!’, li abbiamo sentiti gridare, ’voi non spara, noi non spara!’.
JOYEUX NOËL - UNA VERITÀ DIMENTICATA DALLA STORIA
Regia di Christian Carion. Un film con Diane Kruger, Benno Fürmann, Guillaume Canet, Gary Lewis, Dany Boon, Daniel Brühl. Cast completo Titolo originale: Joyeux Noël. Genere Drammatico - Francia, Belgio, Germania, Gran Bretagna, 2005, durata 115 minuti.


Ispirato a fatti realmente accaduti nelle trincee dell'Artois durante la prima guerra mondiale. Alla vigilia di Natale del 1914 soldati francesi, scozzesi e prussiani interrompono le ostilità per qualche ora e brindano all'anno nuovo tutti insieme. Quella notte cambia la vita di 4 personaggi: un prete anglicano, un tenente francese, un grande tenore tedesco e la donna che ama, un soprano.
Nato e cresciuto da famiglia contadina di uno dei 10 dipartimenti territoriali francesi occupati dai tedeschi tra il 1914 e il 1918, Carion, dopo aver fatto una panoramica sulla vita in trincea - qualunque sia il fronte - fatta di polvere da sparo, sudore, fango, paura (e si era solo all'inizio), riesce a raccontare un fatto commovente romanzandolo ma evitando la trappola del buonismo banale e dando il suo contributo morale e pacifista.


martedì 22 febbraio 2022

Il cacciatore di aquiloni (The Kite Runner) romanzo dello scrittore statunitense di origine afghana Khaled Hosseini │film diretto da Marc Forster

Il cacciatore di aquiloni (The Kite Runner) è il primo romanzo dello scrittore statunitense di origine afghana Khaled Hosseini, pubblicato nel 2003 ed edito in Italia dalle Edizioni Piemme nel 2004 con la traduzione di Isabella Vaj.
Verso il 1970, a Kabul, Amir è un ragazzo afghano di etnia pashtun; Hassan è di etnia hazara e dimostra una grande lealtà verso Amir, suo grande amico. Hassan lavora come domestico con suo padre Alì nella casa di Baba, amico di Alì e padre di Amir. Egli è un uomo ricco, intelligente e coraggioso, che riesce sempre a cavarsela grazie alle sue doti. Nonostante Amir sia il figlio di Baba, spesso il padre dimostra di voler più bene ad Hassan, come quando fa di tutto per far curare il labbro leporino di Hassan, senza badare a spese. Amir, accorgendosene, soffre incolpandosi per la morte di sua madre, che forse gli avrebbe voluto più bene, e immaginandosela prima della sua morte di parto. Dunque Amir ha un rapporto molto sofferto col padre, ma riesce a trovare conforto in Rahim Khan, altro amico del padre, con cui condivide la passione per la letteratura.
Amir e Hassan crescono assieme nella città di Kabul; la loro maggiore aspirazione è vincere l'evento del quartiere: la caccia agli aquiloni. Lo scopo di questo gioco è tagliare, per mezzo del proprio aquilone, il filo di quello degli altri giocatori. Gli aquiloni diventano di proprietà di chi li recupera: chi taglierà il filo del penultimo aquilone rimasto in aria vincerà la competizione e se poi riuscirà a recuperarlo potrà tenerselo come trofeo. Nonostante il talento di Hassan nel fabbricare gli aquiloni i due bambini non riescono mai a vincere la competizione finché Amir, proprio il giorno del suo dodicesimo compleanno, si guadagna il primo posto nella gara.
Alla vittoria, suo padre Baba si mostra fiero di lui per la prima volta; resta tuttavia da recuperare l'aquilone di cui Amir ha tagliato il filo al momento della vittoria. Hassan corre a cercarlo ma si imbatte in 3 bulli, che già tempo prima avevano infastidito Amir ed Hassan. Hassan in quell'occasione li aveva minacciati con una fionda riuscendo a metterli in fuga. Ma ora i bulli, vedendo Hassan da solo, ne approfittano per vendicarsi. Dopo averlo picchiato, violentato e stuprato lo abbandonano in un vicolo lasciandogli in cambio l'aquilone che aveva abilmente trovato per il suo amico. Amir assiste casualmente al fatto ma è troppo pavido per intervenire. A trattenerlo non è la paura della violenza quanto il timore di vedersi sfuggire quell'aquilone che ha tanto desiderato e con cui spera di conquistare finalmente la stima di suo padre.
In seguito a questo episodio, il rapporto tra Amir e Hassan si raffredda. Amir si sente colpevole verso l'amico di cui in qualche modo non si sente degno ma in lui prevalgono la gelosia e l'egoismo. Amir fa di tutto per allontanare Hassan da sé e da suo padre arrivando ad inscenare un falso furto in casa. Hassan e suo padre vanno via dalla residenza di Amir, con grande rammarico di Baba, che sembra soffrirne sinceramente. Nel 1981, dopo lo scoppio della guerra in Afganistan, Amir e suo padre sono costretti a lasciare Kabul. Trasferitisi negli USA, ricominciano una nuova vita, non senza difficoltà e disagi. Amir cresce e si laurea in lettere. Molto spesso però deve alternare lo studio al lavoro per aiutare il padre che si è riciclato come commerciante al mercato delle pulci dopo l'espatrio forzato. Proprio qui Amir si innamora di Soraya, una giovane benestante, figlia dell'ex-generale afghano Taheri. Amir e Soraya decidono di sposarsi ma il padre di lei si oppone alle nozze. Baba, che intanto si è ammalato di cancro ai polmoni, in un ultimo gesto di affetto verso Amir, convince il generale a lasciare che i due giovani celebrino il matrimonio. Un mese dopo il matrimonio, a causa del tumore ai polmoni, egli morirà completamente in pace con il mondo per avere visto suo figlio sposarsi.
Trascorrono diversi anni. Amir, ormai un uomo maturo, ha visto pubblicati diversi suoi libri ed è uno scrittore di successo. Tuttavia non è felice in quanto non riesce ad avere figli con la moglie Soraya, nonostante la coppia non presenti sintomi di infertilità. Nel 2001 Rahim, il vecchio e saggio amico di Baba, telefona ad Amir dal Pakistan, dicendogli che c'è qualcosa che potrebbe fare per il suo amico d'infanzia Hassan. Amir, da 20 anni preso dai sensi di colpa nei confronti di Hassan, torna in Oriente e a Peshawar incontra Rahim, che gli racconta la storia di Hassan. Il bambino, una volta cresciuto, si è sposato ed ha avuto un figlio, Sohrab. Hassan e la sua famiglia hanno vissuto nell'ex-abitazione di Baba, una volta che loro se n'erano andati. Purtroppo Hassan e la moglie sono stati uccisi dai talebani per puro odio razziale e Sohrab è finito in un orfanotrofio. Amir scopre inoltre che Hassan era nato da una relazione tra Baba e l'ormai defunta moglie di Alì, la sua domestica Sanaubar, e che quindi il suo amico d'infanzia era in realtà il suo fratellastro. INFO
In Afghanistan esistono tanti bambini, ma non esiste più l'infanzia.
Ma io l'ho accolto. A braccia aperte. Perché la primavera scioglie la neve fiocco dopo fiocco e forse io ero stato testimone dello sciogliersi del primo fiocco. Correvo. (Amir)
Autore: Khaled Hosseini
Anno: 2004
Editore: Piemme
ISBN: 9788838481727
Tornare a Kabul era come imbattersi in un vecchio amico e scoprire che la vita era stata impietosa con lui, privandolo di tutto
IL CACCIATORE DI AQUILONI: PERSONAGGI
  • Amir, il protagonista del romanzo che durante l’infanzia tradisce il suo migliore amico Hassan;
  • Hassan, migliore amico di Amir che poi si scopre essere suo fratellastro
  • Baba, il papà di Amir e Hassan;
  • Rahim, l’amico di Baba che chiede ad Amir di aiutare il figlio orfano di Hassan;
  • Soraya, la moglie di Amir;
  • Assef, l’assassino di Hassan e della moglie;
  • Sohrab, il figlio orfano di Hassan, vittima di violenza da parte di Assef. LINK
Il cacciatore di aquiloni è un film diretto da Marc Forster, tratto dal romanzo di Khaled Hosseini, ed interpretato da Khalid Abdalla, Zekeria Ebrahimi, Ali Dinesh, Homayoun Ershadi, Atossa Leoni.
La pellicola fotografa la vita di Amir, un ragazzino benestante di Kabul e del suo fedele amico e servo di famiglia, Hassan. Questi due bambini sono molto uniti e trascorrono le giornate giocando a cacciare aquiloni, un noto e antico gioco, un vero sport nazionale in cui si tenta di tagliare gli aquiloni degli avversari, finché non ne rimane solo uno a vincere sugli altri. Un giorno Amir, sperando di rendere il padre orgoglioso, partecipa a questa manifestazione e vince tagliando tutti gli aquiloni. Allora Hassan, andando a cogliere simbolicamente l’ultimo aquilone caduto dal cielo per Amir, si imbatte in tre ragazzi, con idee sulla razza molto ristrette ed estreme, che lo minacciano tentando di portagli via l’aquilone. Hassan, devoto e amico di Amir, non si lascia spaventare e, inerme, si ritrova inesorabilmente a subire i peggiori abusi e pestaggi da parte dei tre bulletti, sotto lo sguardo nascosto e codardo dell’amico Amir. INFO

giovedì 3 febbraio 2022

#iColoridelTempo - Monica Vitti

Monica Vitti, pseudonimo di Maria Luisa Ceciarelli, è stata un'attrice italiana.
La sua caratteristica voce roca e l'innata verve l'hanno accompagnata per quasi quarant'anni di carriera cinematografica, dalle sue interpretazioni drammatiche nella "tetralogia dell'incomunicabilità" di Michelangelo Antonioni (L'avventura, La notte, L'eclisse e Deserto rosso) che le diedero fama internazionale, a quelle in ruoli brillanti (da La ragazza con la pistola a Io so che tu sai che io so) che la fecero considerare l'unica "mattatrice" della commedia all'italiana, tenendo ottimamente testa ai colleghi uomini Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Marcello Mastroianni
Ha ottenuto numerosi premi, tra cui cinque David di Donatello come migliore attrice protagonista (più altri quattro riconoscimenti speciali), tre Nastri d'argento, dodici Globi d'oro (di cui due alla carriera), un Ciak d'oro alla carriera, un Leone d'oro alla carriera a Venezia, un Orso d'argento alla Berlinale, una Concha de Plata a San Sebastián e una candidatura al premio BAFTA.
Nel 1953 si diplomò all'Accademia nazionale d'arte drammatica, allora diretta dal suo maestro Silvio D'Amico e intraprese quella che sarà una breve ma formativa attività teatrale, in cui diede prova della sua versatilità recitando in Shakespeare e Molière. Particolarmente significativa fu la sua esperienza accanto a Sergio Tofano - suo insegnante in Accademia - negli allestimenti delle commedie sul personaggio di Bonaventura, firmate dallo stesso Tofano con lo pseudonimo "Sto"; qui offrirà le sue prime prove di versatilità nella comicità, che contraddistinguerà gran parte della sua carriera.
Su consiglio di Tofano, in quegli anni fu invitata ad adottare un nuovo nome e cognome, più artistico. Allora si mise a tavolino, e scelse metà del cognome di sua madre, Vittiglia, alla quale fu molto legata e che perse in giovane età. Al cognome associò il nome "Monica", che aveva appena letto in un libro e le suonava meglio. Nel 1955 esordì come Mariana ne L'avaro di Molière con la regia di Alessandro Fersen al Teatro Olimpico di Vicenza. e l'anno seguente, sempre sulla scena palladiana, sostenne il ruolo di Ofelia in Amleto di Riccardo Bacchelli. Nel 1956 fu anche protagonista di Bella di Cesare Meano al Teatro del Convegno di Milano con la regia di Enzo Ferrieri. A Roma si esibì in una serie di atti unici comici al Teatro Arlecchino (ora Teatro Flaiano).
Gli ordini sono ordini è un film del 1972 diretto da Franco Giraldi e interpretato da Gigi Proietti e Monica Vitti. Il soggetto è tratto dal racconto omonimo di Alberto Moravia.
Giorgia è una casalinga infelice, stanca del matrimonio con il marito Amedeo, quando inizia a sentire una voce che le ordina di compiere azioni fuori dall'ordinario e trasgressive. Un giorno la voce le ordina di graffiare la macchina del marito e andare sul lungomare e di fare l'amore con un bagnino. Dopo la sua confessione del tradimento, ma soprattutto del danno alla vettura, lo porterà su un molo per spingerlo in mare, dopo di che lui la mette fuori di casa.
Giorgia si ritrova così da sola e deve riorganizzare la propria vita. Dopo aver fatto visita alla madre, che le consiglia di ritornare con il marito, va invece a vivere in albergo. Qui conosce Nancy, una ricercatrice che lavora per una importante casa discografica , che si occupa di registrare musica tradizionale con il proprio registratore.
Camera d'albergo è un film del 1981 diretto da Mario Monicelli.
Tre giovani cineasti, Guido Bollati, Tonino Accrocca ed Emma Crocetti hanno formato il gruppo "La Svolta", che vorrebbe proporre un nuovo genere di film, "un nuovo neorealismo" come lo chiamano loro, e per far ciò nascondono delle cineprese in una camera dell'albergo Luna di proprietà del padre di una di loro (Emma), riprendendo tutto ciò che vi accade.
Si rivolgono ad uno scassato produttore cinematografico, Achille Mengaroni detto il "Menga", proprietario della Ursus cinematografica, sempre in bolletta e asfissiato dai creditori, a cui propongono di far uscire i risultati delle loro riprese, durate diversi mesi, sino al momento in cui tre giovani turiste polacche, accortesi delle cineprese, rompono tutto. Nel visionare le riprese in sede di montaggio, saranno contattati gli ignari interpreti per la necessaria liberatoria, e per alcuni di loro cambierà la vita.
Francesca è mia è un film italiano del 1986 diretto da Roberto Russo, con Monica Vitti e Corrado Pani.
Un'antiquaria di mezza età viene lasciata dal marito, andato a vivere con la sua migliore amica. Una sera per caso, raccoglie per strada un ragazzo gravemente ferito e lo porta al più vicino ospedale. Lo assiste finché la situazione non migliora. Ma una volta rimesso, il giovane si innamora di lei. I due fanno l'amore ma lei, subito pentitasi, tenta di evitare i continui approcci di corteggiamento del ragazzo, essendo ancora legata al marito. Il giovane allora comincia a perseguitarla ma lei non cede, fino a giungere ad un tragico epilogo: lui la uccide.

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